i colori delle mie emozioni, robusti e silenziosi nell'incertezza del mio vivere...
Ricordo ancora il mio primo invito a pranzo, intimorita da tutto quel lusso e dal “sovrappiù” che non conoscevo affatto; arrivavo da un piccolo paese delle Marche e devo dire che la mia timidezza non mi aiutava di certo con quei giovani annoiati e ben vestiti.
La mamma salutandomi, mi aveva ricordato - Mi raccomando salutami la Contessa - ed io, che addirittura non riuscivo a trovare il portone tanto era ampio ed importante il suo affaccio sul Lungarno, mi ritrovai ad essere in ritardo.
Non riuscivo a capire come un palazzo talmente grande potesse ospitare i familiari di un’amica di mia madre e, mentre salivo le scale, mi chiedevo che cosa avrei detto, se il mio abito fosse consono all’invito, se le mie Chanel rosse col fiocco di nero gros gren si sarebbero mimetizzate con i marmi variegati del pavimento…se non sarebbe stato meglio fuggire, piuttosto che restare facendo finta di niente.
Mentre camminavo con Elisa lungo l’Arno costeggiando via de’ Guicciardini…ripensavo a quel pranzo che, in fin dei conti, non mi aveva dato nulla, né amici, né compagni, né giovani come me, ricordo solo una folle corsa su un’auto sportiva verso l’Abetone, l’aria greve dal fumo di troppe sigarette ed infine la mia fuga strepitosa alla conclusione della serata dopo il rito dei saluti.
Non ricordo i loro nomi, ma, forse, loro ricorderanno una ragazza troppo alta e esile con un cappottino pie de poule e scarpette rosse col tacco a rocchetto, dai capelli cortissimi sparati verso il cielo e dagli occhi grandi e dolci.
Io ed Elisa, attraversata piazza de’ Frescobaldi, ci avviammo per l’acciottolato un po’ sconnesso del Borgo…il Borgo, già il solo pronunciarlo riscalda il cuore, pensi a volti amici che si affacciano dalle botteghe, pensi alle risate che riempiono le traverse laterali di suoni, voci, colori.
L’oscurità si apriva sulle case torri, sulle botteghe, sui vecchi portoni per allungarsi al piccolo porticato; il loggiato era chiuso da cancelli ed era sorretto da quelle colonne che racchiudevano quel piccolo spazio intriso di storie trascorse da raccontare sottovoce...
La luce difficilmente riusciva a filtrare attraverso le case vicine, ma quel piccolo portico continuava sempre a meravigliarci. Eravamo molto spesso sotto la sua ombra a disegnare, a schizzare particolari ed insiemi, a volte poi riuscivamo ad intrufolarci all’interno ed allora ci sentivamo padrone di spazi unici ed assoluti, universi che non tutti potevano godere.
Ricordo il professore di Stilistica “Montiholo”, piccolo di statura, di carattere allegro e scaltro che continuava a sorridere per questa “nostra cotta”, quest'innamoramento per quel luogo nascosto che si apriva in modo modesto e sottomesso verso una strada solitamente in ombra.
E poi, quando camminavamo per lungarno Acciaiuoli, era una consuetudine dolce fermarsi ad osservare l’affacciarsi della chiesetta sul fiume, due occhi a conchiglia rotondi che scrutavano l’umano andare e le storie. Ai lati dell’absidiola, che si immergeva nell’acqua con due piccole arcate, il campanile svettava alto, silenzioso, come un piccolo elemento a sé stante…“la chiesa col culo in Arno”, così era solito chiamarla il Bardi e noi confuse se ridere a crepapelle o sorridere con eleganza…che cosa aveva di particolare che continuava ad affascinarci così?
La sera il suo profilo incamerava l’innalzarsi e l’abbassarsi delle case vicine sulle increspature dell’acqua; mentre noi, sulla spalletta del fiume ad osservare, a disegnare, a raccontare di noi e del nostro futuro.
Eravamo molto amiche io, Elisa ed Antonietta, ma poi restammo solo due, il ricordo di Antonietta dilegua piano con il suo naso sbarazzino, con i capelli biondi che, svolazzando leggeri, incorniciavano un viso dolce e sensuale e quel suo “eterno fidanzato” che appariva come un ombra scura, all’improvviso, eternamente geloso e possessivo, tanto da farle interrompere gli studi.
Memorie che non svaniscono con il trascorrere dei giorni, che mettono radici in profondità, che provocano emozioni e fanno solletico al cuore, quello strano stimolo che ci prende anche quando ci innamoriamo, quel battito di ali di farfalla che non trova vie d’uscita.
Adesso vorrei passeggiare lungo le vie del Borgo, leggere i nomi delle strade che si affacciano sui miei passi: via Toscanella, via de’ Velluti, via dello Sprone e poi, ancora a schizzare sogni e reale su quei muri caldi di tepore primaverile, mescolando passato e futuro, futuro che ormai è solo presente, un presente che si amalgama con il rumore dei nostri passi che si incamminano sempre più lentamente verso via Santo Spirito e poi ancora verso borgo san Frediano, verso il nostro essere stati giovani e felici.

Aires Tango, Caffè Roma, Origenes


